Radio Bullets, #donnenelmondo del 4 agosto 2015

niunamenos

Ascolta la puntata.

Violenza sulle donne e sport. Il dibattito è in corso in Australia – e non solo. Le statistiche, si legge sul NewDaily, sono scioccanti: quasi ogni settimana una donna muore per mano del suo compagno o del suo ex, e secondo alcune ricerche i numeri potrebbero essere più elevati. Una donna su tre ha subito violenze fisiche dall’età di 15. Una su quattro ha subito un abuso emotivo dal’attuale partner o dall’ex. In Australia le donne hanno tre volte in più degli uomini probabilità di subire violenza L’Australian Football League, la National Rugby League, Netball Australia e l’Australian Rugby Union – hanno intensificato la lotta per prevenire la violenza contro donne e bambini. Ognuna di queste realtà ha ricevuto dall’Our Watch Sport Engagement Program 250mila dollari per creare ambienti inclusivi, sicuri e accoglienti, aumentare la consapevolezza e diffondere il messaggio che la violenza non è mai una scelta o una soluzione.

Passiamo a Cleveland, in Ohio, dove i giocatori di football dei licei Benedectine, Jerome Baker, e S. Edward, Alex Stump, lo scorso agosto hanno aiutato il lancio di un “signing day”, una raccolta firme in tutta la regione tra gli atleti delle superiori per prendere un impegno contro molestie e violenza sessuale. Baker, si legge su highschoolsports.cleveland.com si è recentemente recato a Washington con l’attivista Ty White per cercare supporto per l’US Senate 355, il Teach Safe Relationships Act. “L’obiettivo del disegno di legge è quello di insegnare agli studenti delle scuole superiori come rispettare e trattare le donne”. Sabato prossimo sarà la volta del secondo signing day, aperto agli atleti di tutte le discipline, che firmeranno l’impegno al rispetto di donne e ragazze e ad entrare in azione se si trovassero ad essere testimoni di violenza.

A due mesi di distanza da #NiUnaMenos, la marcia che si è tenuta in Argentina il 3 giugno scorso per protestare contro femminicidi e violenza di genere, i candidati alla presidenza – le elezioni si terranno in autunno – devono ancora presentare piani concreti per porre fine alla violenza contro le donne. Ne scrive il Buenos Aires Herald. Gli organizzatori della mobilitazione hanno tutta l’intenzione di mettere pressione sui candidati presidenziali. “Chiediamo ai candidati di pubblicare le loro piattaforme sulla violenza di genere e presentare le loro strategie per sconfiggere i femminicidio”, spiega all’Herald Florencia Abbate, leader del movimento. “Ok gli spot elettorali, ma per fermare la violenza sono necessarie azioni concrete”. Si chiede in particolare l’effettiva implementazione del Piano di Prevenzione, Assistenza ed Eliminazione della violenza contro le donne, e l’accesso garantito alla giustizia per tutte le vittime della violenza di genere, così come la gratuità di protezione e di assistenza legale. Si chiede poi anche l’attuazione di una formazione specifica rivolta alle forze di polizia e funzionari giudiziari e lo sviluppo di un piano di formazione scolastica per combattere la violenza sessista contro le donne. I movimenti femministi sottolineano poi come le risorse siano distribuite in maniera disuguale tra i vari distretti. “Chiediamo anche l’estensione a tutto il Paese dei 137 servizi che forniscono assistenza telefonica”, aggiunge Abbate, aggiungendo che il servizio h24 è disponibile solo per chi risiede a Buonos Aires.

In Messico è esplosa la protesta sui social media per la morte del fotoreporter Ruben Espinosa, trovato cadavere a Città del Messico venerdì scorso insieme a quattro donne di cui le autorità non avrebbero ancora diffuso l’identità. L’hashtag è #FueElEstado: molti utenti e attivisti stanno infatti accusando, si legge su Vocativ, il governo del Messico di questi che vengono definiti omicidi. Espinosa era fuggito a giugno nella Capitale scappando dallo dello Stato di Veracuz dove il suo lavoro giornalistico si è concentrato sui movimenti sociali locali. Secondo molti report Ruben ha ricevuto minacce e aggressioni in seguito alla pubblicazione di alcuni suoi lavori critici nei confronti del governo. Quattro delle cinque vittime sono donne e molti hanno descritto l’evento come femminicidio: un’attivista ha detto al Guardian che le donne sarebbero state anche violentate e torturate. Secondo la giornalista messicana Lydia Cacho due di loro sarebbero Nadia Vera, attivista del movimento sociale YoSoy123, e Yesenia Quiroz Alfaro, che avrebbe lavorato con Espinosa ad alcuni rapporti investigativi.

In West New Britain, in Papua Nuova Guinea, quattro mesi fa il ciclone tropicale Pam ha lasciato la popolazione in situazione critica e bisogosa di assistenza umanitaria. La Croce Rossa sta lavorando e formando i propri volontari su promozione dell’igiene, interventi di emergenza e su violenza di genere. “Ho avuto una formazione in risposta alle emergenze, promozione dell’igiene e la violenza di genere”, spiega Daisy, una volontaria, sul sito dell’organizzazione. «Ho imparato a fare riferimento i casi di violenza contro le donne e gli abusi sui minori. Questa è una novità per me, ma è importante perché è per la nostra sicurezza”.

Infine la Convenzione di Instanbul: Albania, Andorra, Malta, Serbia e Turchia, Austria, Francia, Germania, Portogallo e Spagna sono tra i 18 Stati che l’hanno ratificata. L’Italia l’ha fatto nel giugno del 2013. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, adottata a Istanbul nel 2011, è entrata in vigore da noi il 1 agosto del 2014 ed è il primo strumento internazionale vincolante sul piano giuridico per prevenire e contrastare la violenza contro le donne e la violenza domestica. L’articolo 66 della citata Convenzione di Istanbul prevede l’istituzione di un Gruppo di esperti indipendenti avente il compito di monitorarne l’attuazione, denominato GREVIO – Group of experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence. che alla fine dell’anno comincerà la sua attività per verificare che i Paesi aderenti stiano rispettando i dettami della legge. Il Regno Unito, si legge sull’Independent, sta ancora valutando se le leggi del paese sono conformi alla convenzione di Istanbul, e questo ritardo sta letteralmente facendo infuriare gli attivisti. Ci sono sospetti che la convenzione sarebbe di difficile realizzazione e applicazione a causa dei tagli alla spesa. La convenzione dà ad esempio alle donne vittime di abusi e violenze domestiche il diritto formale alla consulenza. La Convenzione di Instanbul è “uno strumento davvero potente” ed è “deludente” che il Regno Unito non l’abbia ancora ratificata, spiega Hilary Fisher, director of policy at Women’s Aid. “È davvero incomprensibile”. Eppure, si sottolinea, la Gran Bretagna è in prima linea: ha ospitato tre summit internazionali, e uno di questi era quello dell’Unicef dello scorso anno sulle mutilazioni genitali femminili. “Il Regno Unito si racconta come un Paese fuoriclasse in termini di diritti di donne e ragazze”, tuona Liz McKean da Amnesty International. “Non aver ancora ratificato la convenzione aggiunge messaggi contrastanti, è una vera e propria contraddizione”. Nel 2014, secondo un recente report, sono stati 107mila i crimini violenti contro le donne – come stupro e abusi domestici – perseguiti nel Regno Unito.

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