Archivi del mese: luglio 2015

Radio Bullets, #donnenelmondo del 29 luglio 2015

New York Magazine

Ascolta la puntata.

Partiamo con la copertina del New York Magazine. Ci sono le foto in bianco e nero di 35 donne che accusano il celebre attore Bill Cosby di averle violentate. Violenze partite già negli anni 60. E c’è una sedia vuota, la sedia della prossima vittima. Il settimanale ha raccolto le loro storie, intervistando e fotografando ognuna di loro. Il copione, come riportato anche dal Washington Post, sarebbe stato più o meno sempre lo stesso: una giovane donna, spesso un’aspirante attrice, violentata da un uomo che si ritiene un mentore, magari dopo essere stata drogata e stordita. C’è Barbara Bowman, violentata da Bill Cosby secondo la sua testimonianza quando aveva solo 17 anni, o Therese Serignese che di anni ne aveva 19 all’epoca della violenza. C’è Andrea Costand, che meno di dieci anni fa ha raccontato che Cosby l’avrebbe drogata e violentata nel 2004 nella sua casa in Pennsylvania. C’è Tamara Green, avvocata, vive in California e racconta la stessa storia: lei aspirante attrice, lui che la aggredisce dopo averla drogata. Analoga la testimonianza di Janice Dickinson, ex modella.

Ma Bill Cosby non è l’unico vip a trovarsi nei guai in questi tempi. Sono infatti tornate alla ribalta le accuse di violenza sessuale sull’ex moglie Ivana al magnate e businessman Donald Trump. Secondo una biografia del 1993 Trump violentò la moglie dopo ad un litigio sui trattamenti contro la perdita di capelli. Il libro, Lost Tycoon: Le molte vite di Donald J. Trump, descrive una “violenta aggressione” di una “terrorizzata” Ivana, che a quanto pare avrebbe poi detto ai suoi amici più intimi: “Mi ha violentata.” Lo riporta il Telegraph. Trump ha già smentito, scrive Radhika Sanghani, ma la situazione è complessa: se è vero, Ivana è stato vittima di un terribile attacco, se non è vero, Trump – un candidato presidenziale – è vittima di calunnia. Certo lo stupro della moglie è un reato da tempo: fin dal 1984 nello stato di New York – quindi cinque anni prima del presunto incidente – e dal 1993 in tutti gli USA. Tanto che l’avvocato di Donald Trump ha dovuto scusarsi pubblicamente per le sue affermazioni nel corso di un’intervista e per la frase: “Non è possibile stuprare la propria moglie”

Passiamo in Polinesia. “Porre fine alla violenza è un problema che riguarda tutte le nostre comunità e dei nostri paesi”, ha detto l’Alto Commissario australiano Brett Aldam in occasione del lancio di una nuova risorsa di informazioni per le donne a Nuku’alofa, capitale del regno di Tonga. Il nuovo kit di strumenti, dal titolo “Come realizzare progetti per porre fine alla violenza contro donne e ragazze”, è il primo del suo genere nel Pacifico. È stato sviluppato da UN Women attraverso il Pacific Regional Ending Violence against Women Facility Fund, con il finanziamento del governo australiano.
Una serie di studi condotti in tutto il Pacifico dimostra che due donne su tre hanno vissuto un qualche tipo di violenza nel corso della loro vita, per lo più da partner o mariti.

Andiamo infine in Nepal, dove a tre mesi dal terremoto in Nepal che il 25 aprile scorso ha provocato oltre 8.890 morti e più di 22 mila feriti, resta alta l’emergenza umanitaria soprattutto nelle zone interne del Paese e l’Oxfam, il network internazionale di organizzazioni impegnate nella lotta alla povertà e e all’ingiustizia, denuncia il rischio di violenze sulle donne nei rifugi temporanei. Ne parla Elvira Ragosta su Radio Vaticana. Secondo l’Oxfam, nel distretto di Dhading – nella zona centrale del Nepal – le donne vivono con la paura di subire abusi fisici e sessuali per la mancanza di sicurezza e di privacy dovuta alla promiscuità dei campi. L’indagine di Oxfam ha evidenziato come i bagni comuni e le aree prive di luce elettrica siano considerate i posti più insicuri. Inoltre, nei distretti più colpiti, molte famiglie sono ancora costrette a vivere all’aperto sotto teloni o in strutture fatte di lamiera. E sale anche il rischio per le epidemie, soprattutto per i bambini, perché in alcune zone l’accesso all’acqua potabile non è garantito.
E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets. Seguiteci sulla nostra pagina Facebook e su Twitter con il nostro account @RadioBullets

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 22 luglio 2015

LaceySchwartz_hires

Dal Consiglio Ue la sollecitazione a superare il divario uomo-donna sulle pensioni. La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia perché non garantisce le coppie gay. La storia di Lacey Schwartz, filmmaker dalla doppia identità. Oltre 4mila donne potrebbero morire per le complicazioni del parto nei paesi colpiti dall’epidemia di Ebola. La polizia egiziana ha arrestato 84 persone per molestie sessuali. In Australia la Croce Rossa e Mezzaluna Rossa: fermare l’escalation della violenza contro le donne nei conflitti in Medio Oriente.

Ascolta la puntata.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 15 luglio 2015

Laura-Bates1

Ascolta la puntata.

Andiamo subito in Pakistan, a Lahore, dove prosegue il dibattito sul Punjab Protection of Women Against Violence Bill. Lo scrive The Express Tribune. I punti su cui si sta lavorando sono diversi: tra questi l’obbligo, per chi viene accusato di violenza contro una donna, di indossare un braccialetto con localizzatore GPS. Una proposta che ha sollevato molte critiche e che ha portato alcuni a dire che non tiene conto del fatto che in realta’ potrebbe costituire un pericolo per le vittime stesse. Nelle sue raccomandazioni inviate al Dipartimento legale, la commissione di revisione ha suggerito che l’obbligo di indossare questi braccialetti venga limitato solo ai casi di abusi odiosi. Una definizione che spetterebbe ai tribunali. “Troppo spesso gli abusatori vivono sotto allo stesso tetto delle loro vittime”, spiega la deputata Azma Bokhari. “Questi uomini potrebbero considerare il braccialetto come uno stigma e costituire una minaccia ancora piu’ grande per queste donne”. Altre raccomandazioni sul disegno di legge riguardano alcune definizioni contenute come “donna” e “abusi”. Nel primo caso c’e’ il rischio di lasciare fuori dall’applicazione della futura legge le ragazze e le minori, e nel secondo caso di introdurre la parola ‘abuso’ e non solo ‘violenza’ per comprendere anche i casi di disagio economico e psicologico causato alle vittime.

Passiamo alle Fiji, dove il Women’s Crisis Centre mette nero su bianco la necessita’ di promuovere l’uguaglianza di genere a tutti i livelli. La coordinatrice Shamima Ali spiega che le cause alla radice della violenza sessuale e domestica risiedono proprio nella cultura del silenzio su questi temi, di cui la disuguaglianza di genere e’ il principale motore. Devono quindi essere fatti sforzi concreti nel’educazione delle donne e nel loro coinvolgimento nei processi decisionali grazie alla creazione di spazi in cui le donne possano finalmente poter parlare senza paura.

Nel sud della Turchia, nel comune di Adana, nel tentativo di fermare la violenza contro le donne e I casi di molestie sessuali, I veicoli del trasporto pubblico avranno da ora in avanti dei pulsanti anti-panico d’emergenza. E I conducenti verranno sottoposti a test antidroga e a valutazioni psicologiche e di istruzione senza I quali non potranno lavorare. Ne scrive l’Hurriyet Daily News. E’ un primo, piccolissimo effetto del brutale femminicidio della ventenne Özgecan Aslan lo scorso febbraio e delle molestie sessuali subite da una diciassettenne su un minibus diretto all’ospedale di Adana.

Sull’Huffington Post si parla di come la tecnologia sta aiutando le donne a combattere la violenza e a provare ad avere strumenti per sentirsi piu’ sicure, con un guest post di Hera Hussain, fondatrice e CEO di CHAYN, un progetto open source britannico di piattaforme e strumenti – hackathon (ovvero quegli eventi cui partecipano esperti di diversi settori dell’informatica) inclusi – per favorire l’empowerment delle donne. Gia’ perche’ le donne, nelle aree urbane, hanno il doppio di probabilita’ degli uomini di sperimentare episodi di violenza. I progetti piu’ di tendenza in questo momento, scrive Hera, sono quelli che permettono di realizzare report e mappe dei casi di sessismo e dei crimini correlati attraverso campagne di partecipazione e sensibilizzazione degli utenti. Applicazioni di sicurezza personale come Circle of 6 sono stati replicati in diversi mercati per aiutare le donne a mandare un segnale di SOS ad amici, familiari e servizi di emergenza. Progetti come Everyday Sexism, HarassMap e HollaBack hanno elementi di comunicazione e di storytelling. In molti casi, i dati segnalati tramite queste tecnologie hanno portato le forze dell’ordine locali a cambiare le loro abitudini e allocare risorse per creare un ambiente più sicuro per le donne. Grazie alla tecnologia, a Twitter e agli altri social media finalmente le storie femminili arrivano all’attenzione di un pubblico piu’ vasto e le campagne riescono ad attirare l’attenzione anche dell’informazione mainstream. Le donne poi stanno imparando a usare la tecnologia al di la’ del basilare, e sono sempre piu’ le sviluppatrici che in tutto il mondo diventano protagoniste in un mercato del lavoro fino ad oggi prettamente maschile.

Un tribunale marocchino ha assolto due donne, due parrucchiere di 23 e 29 anni, dall’accusa di “atti osceni” per aver indossato abiti in pubblico. Lo riporta il Telegraph. “Questa è una vittoria non solo per queste due donne, ma per tutti i membri della società civile che hanno mobilitato”, dice l’avvocato difensore Houcine Bekkar Sbai. Fouzia Assouli, a capo dell’organizzazione per i diritti delle donne LDDF, ha confermato le assoluzioni pronunciate da un tribunale nella città meridionale di Agadir. “Questa assoluzione è positivo e dimostra che indossare questo tipo di abbigliamento [un abito] non è un crimine”, ha detto la signora Assouli alla France Press. Le donne erano state arrestate lo scorso 16 giugno: mentre camminavano al mercato di Inezgane, un sobborgo di Agadir, erano state accusate di indossare abiti “immorali” dai commercianti, che le avevano circondate e infastidite.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo dell’8 luglio 2015

Tarang Chawla with his sister Nikita
Ascolta la puntata.

Partiamo dallo Sri Lanka, dove sindacati e associazioni femminili hanno organizzato in queste ore una manifestazione fuori dalla Corte Suprema di Colombo per chiedere provvedimenti contro Justice Sarath Abrew, accusato di aver brutalmente attaccato e violentato una domestica nella propria abitazione a fine giugno. La donna ha riportato anche la rottura del cranio ed è stata ricoverata d’urgenza in ospedale. Come riconosciuto dall’International Labour Organisation – lo ricorda Yasmin Gunaratnam su OpenDemocracy.net – chi fa questi tipi di lavoro è soggetto, che sia in patria o all’estero, a molte forma di abuso, assalto e violenza a causa, in parte, dell’intimità e dell’isolamento del luogo di lavoro”. Nello Sri Lanka, queste esperienze sono note ma vengono ancora banalizzate, allo stesso modo in cui la violenza domestica è stata culturalmente accettata in Gran Bretagna fino alle campagne femministe degli anni ’70 e ’80. Le associazioni hanno scritto al Presidente, Maithripala Sirisena, chiedendo sostegno finanziario e terapeutico per la donna e chiedendo l’arresto immediato di Abrew. “Questo attacco sfrontato è un’opportunità per il governo per inviare un messaggio chiaro sul fatto che la violenza contro le lavoratori domestiche non sarà tollerata”, spiegano. “Le lavoratrici domestiche da tempo ci dicono degli abusi affrontati in casa, violenza sessuale inclusa. Non è sempre così, ma non possiamo lasciare le cose al caso, Solo quando i lavoratori domestici vedranno tutelati i loro diritti saranno al sicuro”. La stragrande maggioranza del lavoro domestico in Sri Lanka è svolto da donne con bassi livelli di istruzione. La femminilizzazione di questo tipo di lavoro porta con sé il fatto che venga considerato scarsamente qualificato, non un “vero lavoro”.

Dal Sydney Morning Herald leggiamo l’appello di un fratello. “Mia sorella Nikita è stata uccisa a gennaio”, scrive Tarang Chawla. “Se non fosse stato uccisa, avrebbe appena compiuto 24 anni”. Il prossimo 13 luglio cominceranno le  audizioni pubbliche della Royal Commission per la violenza in famiglia del governo statale. “Se l’attuale tendenza per il 2015 resta invariata, nel frattempo almeno altre due donne verranno uccise da qualche parte in Australia. Quando mia sorella è stata uccisa, alcuni giornalisti hanno notato l’identità culturale dell’uomo accusato della sua morte. La maggior parte si è concentrata sull’identità etnica di mia sorella. Non ero sicuro di che fare. Io e i miei genitori siamo migrati in Australia dall’India, ma Niki è australiana. Nata e cresciuta qui. Nessuna di queste cose è di particolare importanza per quello che è successo. Ma forse noi tutti diamo per assunto che ci sia nelle comunità indiane qualcosa di particolarmente degno di nota in tema di violenza. Qualcuno”, dice ancora Tarang, “mi ha scritto che mia sorella ha avuto quello che si meritava. Il problema è che quando le donne vengono uccise ci troviamo puntualmente a pensare: Cosa avrà fatto? e non Perché gli uomini sono violenti? Mi auguro che la Royal Commission affronti la questione maschile. Spero che ovunque mia sorella sia ora sia sicura e felice. È il minimo che si merita. Spero che stia ballando”.

In una deposizione sotto giuramento del 2005 Bill Cosby, che molti ricordano per i Robinson, ammise di essersi procurato pesanti sedativi per offrirli ad alcune giovani donne con cui voleva fare sesso. L’Associated Press è entrata in possesso di documenti legali che adesso, a giudizio degli avvocati, potrebbero aiutare le decine di donne che affermano di esser state “vittime” di papà Robinson.

E chiudiamo con la cantante Rihanna. USA today scrive che l’opinione pubblica è divisa in merito all’ultimo video dell’artista, dove si vede una particolarmente truce violenza di una donna contro un’altra donna. I critici dicono che il video di “Bitch Better Have My Money”, in cui Rihanna si vendica di una donna bianca, è misogino. Secondo i fan invece il messaggio sarebbe di empowering. Quel che è certo è che il video ha innescato un grande dibattito su femminismo e razzismo.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Radio Bullets, #donnenelmondo del 30 giugno 2015

maxresdefault

Ascolta la puntata.

Questa settimana cominciamo dall’Afghanistan, con un pezzo di NBC News che traccia un bilancio della situazione. Nel 2001, si legge, le forze americane hanno contribuito rovesciare i talebani, che avevano protetto Osama bin Laden e altri leader di al Qaeda. Ma gli USA non erano solo a caccia di cattivi. Hanno anche finanziato un’agenda di ricostruzione che ha previsto il miglioramento della condizione femminile, con miliardi spesi per programmi di aiuto volti a donne e ragazze. “I musulmani di tutto il mondo hanno condannato la brutale degradazione delle donne e dei bambini da parte del regime talebano”, spiegava l’allora first lady Laura Bush nel novembre 2001. “La lotta contro il terrorismo è anche una lotta per i diritti e la dignità delle donne”. Oggi, scrive NBC News, si stima che siano 2 milioni e mezzo le ragazze afghane a scuola. Le donne sono presenti in Parlamento, lavorano nel governo e alcune sono diventate imprenditrici di spicco. C’è persino una pilota da caccia donna. Ma l’Afghanistan rimane uno dei luoghi più pericolosi al mondo per il sesso femminile. “Le cose sono molto difficili, e stanno peggiorando”, spiega l’attivista Wazhma Frogh a NBC News. “C’è molto meno spazio per le donne [nella vita pubblica].” Secondo il capo dell’Afghanistan’s Women Peace and Security Research Institute, criminalità e violenza sono il cuore del problema. “Le donne vengono uccise, violentate e vessate su scala quotidiana molto più di prima – e apertamente”, aggiunge. Tutto questo a causa dell’illegalità generalizzata, peggiorata dal pesante ritiro delle truppe straniere – che lascia donne e ragazze vulnerabili ad attacchi e abusi. Il  brutale linciaggio di Farkhunda al centro di Kabul all’inizio di quest’anno, di cui abbiamo raccontato in più occasioni su Radio Bullets, è stato l’ultimo di una serie di episodi drammatici. Il tasso di mortalità delle donne è assai più elevato rispetto a quello degli uomini, dicono le Nazioni Unite, anche se si considerano i combattenti che muoiono sul campo di battaglia. L’Onu definisce il tasso di violenza contro le donne in Afghanistan “eccezionalmente alto”, con un picco dell’87,2 per cento di donne che hanno subito qualche forma di violenza. Secondo gli attivisti la situazione sta anche peggiorando: secondo Soraya Sobhrang, vice presidente della Independent Human Rights Commission in Afghanistan, quest’anno è stato registrato un aumento del 31 per cento nei casi di violenza contro le donne rispetto al 2014.

Brad Pitt e Angelina Jolie hanno incontrato in questi giorni il Duca e la Duchessa di Cambridge. Secondo Us Weekly, l’incontro privato con il principe William e Kate Middleton a Kensington Palace, ha avuto al centro anche la questione violenza sulle donne. “C’è una epidemia globale di violenza contro le donne che non può più essere tollerata, e deve essere affrontata”, ha detto la Jolie, impegnata sul campo con una serie di iniziative negli ultimi tempi.”Ogni individuo nella società ha un ruolo da svolgere nella realizzazione di questo cambiamento”. L’attrice è stata nominata a ottobre Dama onoraria dalla regina per la sua campagna per porre fine alla violenza sessuale in zone di guerra.

Stella Mukasa,del Centro Internazionale per la Ricerca sulle donne, scrive in un editoriale per il Guardian che il recente disegno di legge approvato dal Senato nigeriano contro la violenza di genere e contro le mutilazioni genitali femminili costituisce un importante passo in avanti. Ma deve essere sostenuto da sforzi per affrontare quelle attitudini radicate che sono alla base della violenza contro donne e ragazze, al fine di eliminare questa pratica dannosa.

Il Dipartimento di Stato americano, nel suo Country Report on Human Rights Practices per il 2014, mette in evidenza gravi violazioni dei diritti umani contro i membri della comunità LGBT in Giamaica. Le organizzazioni non governative continuano a segnalare gravi violazioni dei diritti umani, tra cui aggressioni con armi letali, stupri “correttivi” di donne accusate di essere lesbiche, detenzioni arbitrarie, attacchi, accoltellamenti, molestie dei pazienti gay e lesbiche da parte dell’ospedale e del personale penitenziario, e sparatorie mirate.

La prima causa di morte delle teenager nel mondo? Il suicidio. Lo afferma una ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità pubblicata lo scorso anno e di cui ora si torna a parlare. Il suicidio è la prima causa di morte, seguito dalla maternità, dall’AIDS, dagli incidenti stradali e da diarrea. Il calo del tasso di mortalità generale per maternità per le ragazze dai 15 ai 19 anni è un “risultato straordinario”, spiega Suzanne Petroni, senior director dell’International Centre for Research on Women. I numeri sono passati da 137,4 decessi per 100.000 ragazze nel 2000 ai 112,6 di oggi. Questo ha finalmente portato a concentrarsi su quello che viene definito da sempre il grande “assassino”: il suicidio appunto. La relazione prende in esame sei regioni del mondo. In Europa, è il killer numero uno delle ragazze adolescenti. In Africa, non è nemmeno tra i primi cinque fattori, dato che i tassi di mortalità per AIDS e maternità sono estremamente alti. Ma in ogni altra regione del mondo il suicidio è una delle prime tre cause di morte per 15 a 19 anni ragazze, mentre per i ragazzi, la principale causa di morte sono, a livello globale, gli incidenti stradali. Un problema di cui non si conosce l’effettiva entità, scrive il Telegraph: i coroner troppo spesso non registrano un suicidio come tale, dice Roseanne Pearce, Senior Supervisor per Childline nel Regno Unito. “A volte è su richiesta della famiglia, a volte per proteggerne i sentimenti”. Nei paesi in cui lo stigma è particolarmente elevato, è ancora meno probabile che i suicidi vengano registrati come tali. Nel Sud-est asiatico il problema è particolarmente grave: l’autolesionismo uccide le ragazze adolescenti tre volte di più di qualsiasi altro fattore. Vikram Patel, uno psichiatra recentemente inserito dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti per il suo lavoro nel campo della salute mentale globale, è schietto nella sua diagnosi: “La ragione più probabile è la discriminazione di genere. Le vite delle giovani donne [nel Sud-Est asiatico] sono molto diverse dalle vite dei giovani uomini in quasi ogni aspetto”.

Lascia un commento

Archiviato in Radio