Archivi del mese: giugno 2015

Radio Bullets, #donnenelmondo del 10 giugno 2015

Anna Zhavnerovich

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Cominciamo da un pezzo di africarivista.it: Fadumo Dayib ha annunciato che si candiderà alle elezioni presidenziali che si terranno in Somalia nel 2016 perché vuole diventare il primo capo di Stato donna del suo Paese. Affrontando così una doppia sfida: alla tradizione, che vede la donna somala ai margini della società; e ai fondamentalisti islamici, che relegano le donne al ruolo di spose dei miliziani o a schiave sessuali. Fadumo ha vissuto in prima persona la tragedia della Somalia contemporanea. Nata in Kenya da una famiglia somala, è rientrata da bambina nel suo Paese, per fuggire di nuovo di fronte all’inasprirsi della guerra civile (iniziata nel 1991). È la Finlandia la sua terra di adozione. È lì che a 14 anni ha imparato a scrivere e a leggere. Ed è lì che ha continuato gli studi fino a ottenere un master in sanità e salute pubblica. Studi che le hanno permesso di affrontare una carriera al servizio dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, dove si è occupata di temi delicati quali le migrazioni forzate, le discriminazioni di genere, la pandemia di Hiv-Aids. Come molti profughi della diaspora non ha però mai cessato di occuparsi della Somalia e, in particolare, delle donne somale. Questo suo impegno è sfociato nell’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali. Oggi Fadumo ha 42 anni e quattro figli, per lei, se mai si terranno le elezioni e se mai verrà eletta, si aprirà un percorso difficilissimo. La Somalia oggi è un Paese in ginocchio. Il Governo federale in carica dal 2012 sopravvive grazie al sostegno internazionale. Le autorità non controllano che piccole porzioni di territorio. Il Somaliland a Nord si è dichiarato indipendente (anche se non ha riconoscimento internazionale) e ha proprie istituzioni. Il capo dello Stato ha annunciato la volontà di indire elezioni entro il 2016, ma le difficoltà logistiche sono enormi.

E passiamo alla Cina, dove la femminista Xiao Meili, 25 anni, ha lanciato sul social cinese Weibo un contest per l’uguaglianza di genere cui hanno partecipato molte donne tra cui tre delle cinque femministe arrestate lo scorso marzo e poi rilasciate dopo un mese. Protagonisti i peli delle ascelle: le partecipanti hanno inviato selfie con le braccia alzate e le ascelle non rasate. “Le donne dovrebbero avere il diritto di decidere come comportarsi con i loro corpi, incluso cosa fare con i peli sotto alle ascelle”, spiega Xiao alla CNN. “Radersi è una scelta, ma le donne non devono essere costrette a farlo dalla pressione degli stereotipi”. Il contesti si chiuderà con sei vincitori che saranno premiati con preservativi, vibratori e un orinatoio piedistallo, utilizzabile per una donna rimanendo in piedi.

Burkina Faso: una marcia contro le lesbiche. Il sito Il grande colibrì, essere LGBT nel mondo traduce un pezzo di lepays.bk:A Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, alcuni giovani hanno fatto un minaccioso giro delle case abitate da sospette lesbiche, con la benedizione dell’imam e del prete. La marcia di protesta contro le lesbiche è partita da Sikasso-Sira, uno dei vecchi quartieri di Bobo-Dioulasso, in cui alcune ragazze praticano, nella casa di famiglia, l’omosessualità: i vicini ne sono pienamente consapevoli, ma nessuno finora ne aveva parlato. I manifestanti hanno voluto mettere fine a questa pratica che considerano pericolosa per la prole. L’obiettivo, secondo il loro portavoce, è vietare l’accesso delle lesbiche alle loro case e anche al loro quartiere, pena rappresaglie. “Abbiamo paura per l’educazione dei nostri figli che, come argilla, prendono la forma degli oggetti in cui vengono plasmati”.

Secondo il report 2014 appena pubblicato dai  National Coalition on Anti-Violence Programs, negli Stati Uniti la violenza contro le persone LGBT è scesa del 32 per cento, ma sono aumentati del 13 per cento i crimini contro le persone transgender. Dai dati emerge anche un aumento nel numero degli omicidi nei confronti di individui LGBT: circa il 50 per cento delle vittime erano donne transgender, si legge sul sito di Human Rights Campaign, e il 35 per cento erano uomini gay e bisessuali. Le donne transgender sopravvissute hanno sperimentato la violenza della polizia, la violenza fisica, la discriminazione, molestie, violenza sessuale, minacce e intimidazioni.

Anna Zhavnerovich ha 28 anni ed una giornalista di un sito web di moda con sede a Mosca. Dopo essere stata picchiata fino allo svenimento dal suo fidanzato, racconta il Guardian, Anna è andata dalla polizia per denunciarlo, con la faccia ancora gonfia per le botte. E si è vista fare strane domande. “Mi hanno chiesto perché non ho avuto figli”, ricorda. “Mi hanno chiesto se ero sposata”. Insomma, un interrogatorio, che in qualche modo suggeriva che la colpa di quello che era successo era sua. Il fidanzato non ha avuto grossi guai, il caso è stato archiviato, ma lei ha rilanciato e ha scritto della sua storia. Tirando fuori quello che in Russia è, scrive il Guardian, un tabù quasi innominabile. Anna è stata letteralmente sommersa di mail e messaggi di altre donne che le hanno raccontato la stesa esperienza e la difficoltà di denunciare i fatti davanti alle autorità. Dagli anni ’90, racconta Amelia Gentleman sulla testata britannica, la politica russa ha preso in considerazione – e abbandonato –  almeno una cinquantina di progetti e disegni di legge sulla violenza domestica. Questa vota gli attivisti covano un certo, timido ottimismo grazie ad una serie di casi di alto profilo che stanno finalmente portando alla luce il problema.

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Radio Bullets, #donnenelmondo del 3 giugno 2015

acid-attack

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Cominciamo dalla Nigeria, dove il presidente Goodluck Jonathan ha firmato una legge che criminalizza la mutilazione genitale femminile. La legge vieta la pratica, che comporta la rimozione di parte o della totalità degli organi sessuali esterni di una ragazza, sottolineando anche come queste mutilazioni non abbiano nulla a che vedere con pratiche mediche riconosciute, legalizzate e giustificate. Si tratta di uno degli ultimi atti di Goodluck Jonathan, presidente uscente battuto nelle elezioni presidenziali dello scorso marzo da Muhammadu Buhari, che ha giurato ufficialmente venerdì scorso. La legge, approvata dal Senato il 5 maggio, vieta anche agli uomini di abbandonare le loro mogli o figli senza sostegno economico. La Nigeria è il paese africano più popoloso e in cui si è registrata la percentuale più alta di mutilazioni genitali femminili: il 27% delle donne è stata privata di parte o del tutto del clitoride. In Somalia e Guinea la percentuale sale al 95%. Come testimonia uno studio del 2013, condotto dall’Unicef, più di 125 milioni di donne in tutto il mondo – soprattutto in Africa e Medio Oriente – hanno subito un qualche tipo di mutilazione, considerata una violazione dei diritti umani delle bambine e delle donne da parte di organismi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità. Secondo i dati delle Nazioni Unite del 2014, riportati dal Guardian, circa un quarto delle donne nigeriane ha subito una qualche forma di mutilazione – che può provocare infertilità, mortalità materna, infezioni e perdita del piacere sessuale. Lo stesso Guardian ha recentemente lanciato una campagna mediatica globale per porre fine alla pratica, con il sostegno del Fondo per la popolazione delle Nazioni Unite, con lo scopo di aiutare i giornalisti locali a raccontare di mutilazioni genitali femminili e far luce sulle conseguenze di questa pratica.

Uno dei problemi più persistenti della Papua Nuova Guinea è la stregoneria. O meglio, i brutali femminicidi di coloro che vengono accusate di stregoneria, un problema complesso che coinvolge la violenza contro le donne, le rivendicazioni per la terra e una nazione in rapido sviluppo. “L’applicazione della normativa che vieta ogni forma di violenza di genere è la chiave per porre fine alla violenza collegata alle accuse di stregoneria”, hanno detto le Nazioni Unite nel 2013. Amnesty International ha chiesto al governo di fare di più per proteggere le donne dopo che una donna conosciuta come Mifila è stato violentata a morte da un gruppo di uomini a metà maggio mentre altre due sono state minacciate e sono sfuggite a malapena alla morte. L’accusa, per loro e per i loro figli, risale a gennaio. The Diplomat scrive che il missionario luterano Anton Lutz, da tempo attivista per i diritti della terra in Papua Nuova Guinea, ha documentato gli attacchi. “Credevano che fosse una Sanguma (strega), responsabile di morte e di cattiva sorte”, ha raccontato all’Australian Associated Press. Il caso di Mifila non è isolato. Quello degli attacchi, rivolti soprattutto a donne senza protezione con accuse di stregoneria, è un problema crescente in Papua Nuova Guinea, dove, secondo le parole delle Nazioni Unite, queste credenze e le relative punizioni sono “culturalmente radicate”.

Dall’India arriva una campagna per fornire sostegno morale e finanziario per il reinserimento nella società delle superstiti di attacchi con l’acido. Lanciata dall’Acid Survivors Foundation of India (ASFI), la mobilitazione War against Acid Violence ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso misure sociali, educative e regolamentari contro gli attacchi con acido. ASFI, che riporta il dato di più di 500 sopravvissute ad attacchi con acido in tutta l’India, ha dichiarato che il più alto tasso di episodi si registra nel nord del Paese, con il 58 per cento dei casi a fronte del 18 per cento dell’India Orientale. Asha Mukherjee ha condotto al merito un particolare esperimento: si è recata in un negozio locale e ha chiesto il ‘tezaab’, un acido usato per pulire oggetti arrugginiti e per le pulizie in casa, tra le sostanze corrosive utilizzate contro le donne per questi attacchi. Il negoziante le ha chiesto di quante bottiglie avesse bisogno. Ed è a quel punto che Asha si è tolta la sciarpa che le avvolgeva il viso quasi totalmente. “Guarda cosa mi ha fatto il tezaab. Lo sapevi che la Cote suprema ha bandito la vendita libera di quest’acido?”. Nella sua vita precedente Asha Mukherjee era una ballerina al Rajdoot hotel di Delhi. Un collega geloso ha a un certo punto cominciato a minacciarla, e lei ha denunciato le minacce alla polizia di Lajpat Nagar, che l’ha rispedita al mittente. 20 giorni dopo – era il dicembre 2004 – il collega l’ha fermata fuori casa, le ha gettato addosso acido corrosivo ed è fuggito via. Il governo parla di una vittima di attacchi con l’acido ogni tre giorni. Secondo il National Crime Records Bureau (NCRB), il posto più pericoloso per una donna indiana è la casa coniugale: il 43,6% di tutti i crimini contro le donne, scrive il Guardian, è per mano di mariti e parenti. Per implementare le segnalazioni di questi casi, SNEHA, Society for Nutrition, Education and Health Action, un Ngo con base a Mumbai, ha lanciato nel 2014 il Little Sister Project. Finanziato da un programma di sviluppo delle Nazioni unite, il progetto ha formato 160 donne locali per identificare e riportare casi di violenza di genere attraverso smartphone Android forniti di un open data kit e di un’app chiamata EyeWatch.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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