Radio Bullets, #donnenelmondo del 19 maggio 2015

Farkhunda

Salve a tutte e a tutti da Angela Gennaro, benvenuti anche questa settimana al nostro viaggio di approfondimento nel mondo delle donne su Radio Bullets.

Ascolta la puntata.

Cosa hanno in comune eutanasia e violenza di genere? La storia di una donna indiana, morta a 67 anni dopo averne passati 42 in stato praticamente vegetativo – ne ha parlato anche Alessia Cerantola nel corso del notiziario. Aruna Shanbaug, un’infermiera, aveva solo 24 anni quando è stata aggredita nel seminterrato dell’ospedale King Edward Memorial di Mumbai da un inserviente delle pulizie che l’ha sodomizzata, soffocata con una catena per cani e lasciata lì credendola morta. Ma Aruna non era morta: è rimasta cieca, paralizzata e il suo cervello gravemente danneggiato. La sua storia, racconta Amanda Hodge, corrispondente dall’Asia del Sud per l’Australian, ha scatenato un dibattito nazionale sull’eutanasia e portato nel tempo ad una legge di riferimento che consente l'”eutanasia passiva”. Aruna è morta in questi giorni di polmonite, mettendo fine ad una battaglia di quattro decenni portata avanti dai sostenitori della dolce morte. L’uomo che ha portato Aruna a passare 42 anni in questo stato, Sohanlal Walmiki, è stato sì processato e condannato, ma solo per rapina e tentato omicidio: mai è stato accusato – né condannato – per stupro. I medici hanno presumibilmente nascosto le prove del reato per “proteggere la reputazione della vittima”. L’attivismo femminile indiano parla di questo delitto come dell’esempio del fallimento del Paese nella protezione delle donne dalla violenza sessuale e nella giustizia nei loro confronti. “Sono sollevata del fatto che la sofferenza di Aruna sia finita”, dice la segretaria generale della Federazione nazionale delle donne indiane Annie Raja. “Ma allo stesso tempo provo angoscia e rabbia perché, dopo tutti questi anni, non ha ottenuto giustizia”. La tutela giuridica delle donne ha avuto negli ultimi anni dei miglioramenti, spiega Raja, “tutti però ottenuti sui cadaveri di donne indiane”.

C’è un aggiornamento anche nella storia di Farkhunda, l’insegnante 27enne linciata da una folla di uomini a Kabul perché accusata falsamente di aver bruciato il Corano. 11 agenti della polizia sono stati condannati a un anno di carcere per complicità in quello che è accaduto lo scorso 19 marzo, mentre altri otto sono stati assolti per insufficienza di prove. Il 6 maggio scorso un altro giudice aveva già condannato a morte 4 persone e altre 8 a 16 anni di prigione.
La nuova sentenza lascia esasperati molti afghani – e molte afghane – che erano scese in piazza e avevano sperato, scrive il Guardian, che il governo facesse passi in avanti nella lotta per la difesa dei diritti delle donne, di cui Farkhunda è diventata suo malgrado simbolo. L’unica colpa dell’insegnante, peraltro, era stata quella di aver discusso con un religioso che vendeva amuleti per strada, pratica ritenuta da alcuni come non islamica: il religioso aveva replicato accusando Farkhunda di aver bruciato il Corano ed è qui che la violenza ha avuto inizio. Nei giorni successivi al linciaggio ha circolato sui social network un video, poi usato anche in tribunale, che mostrava i poliziotti non muovere un dito per fermare la rabbia cieca del centinaio di persone che si sono accanite sulla ragazza dilaniandola. Afghanistan Today ha raccontato la storia di Farkhunda – la sua morte, le proteste e i processi – in un fumetto.

E passiamo in Turchia dove una ragazza di 19 anni, Mutlu Kaya, è in condizioni critiche dopo essere stata sparata alla testa da uno sconosciuto mentre era a casa sua nella provincia sudorientale di Diyarbakir. Secondo le prime ricostruzioni si tratta di una “ punizione” per la decisione della ragazza di partecipare a un talent show televisivo musicale nonostante l’opinione contraria della famiglia. Una persona sospetta sarebbe stata arrestata e interrogata dalla polizia. Secondo alcuni giornali locali la ragazza avrebbe riferito alla produzione dello show di avere ricevuto minacce di morte. Un report della Stop Women Homicides Platform evidenzia come nel 2014 siano state 294 le donne uccise in Turchia: il 47% per la loro scelta di prendere decisioni indipendenti. Nel 2015 le morti sono già 91.

Gli Stati Uniti d’America hanno partecipato alla seconda Universal Periodic Review (UPR), ovvero l’esame periodico destinato a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite sulla loro situazione in tema di diritti umani. Nell’ambito della “Convenzione sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione contro le Donne”, la piattaforma che contiene l’enunciazione di tutti i principi fondamentali sui diritti delle donne e alla quale ogni singolo Paese firmatario si dovrebbe uniformare per ciò che concerne la tutela delle donne stessi in materia di lavoro, di maternità e di parità fra i coniugi, la Serbia e la Danimarca hanno rimarcato i progressi raggiunti dagli Stati Uniti ma hanno anche sottolineato come aperti restino i fronti della parità di retribuzione a parità di lavoro e delle violenze sessuali nelle forze armate.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Radio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...