Radio Bullets, #donnenelmondo del 1 aprile 2015

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Salve a tutti da Angela Gennaro e benvenuti a #donnenelmondo su Radio Bullets.

Cominciamo questa settimana con la storia dello Yarl’s Wood Immigration Removal Centre, un centro di detenzione per immigrati a Milton Ernest, nel Bedfordshire, Inghilterra. Aperto dalla fine del 2001, può ospitare fino a 900 persone ed era all’epoca tra i più grandi centri di detenzione per immigrati in tutta Europa. È stato spesso al centro di episodi controversi, come scioperi della fame e rivolte, e accuse di molestie contro le donne. L’anno scorso la struttura ha negato l’accesso a Rachida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne. Stesso destino per le telecamere. Lo racconta Myriam Francois-Cerrah, una giornalista freelance, su newstatesman.com, spiegando che, secondo l’organizzazione benefica Medical Justice alcune donne incinta, detenute a Yarl’s Wood, stanno ricevendo cure mediche al di sotto degli standard, mettendo la vita di madri e bimbi in serio pericolo. Anche perché i periodi di detenzione di queste persone, in teoria “transiti”, in realtà si trasformano per molti in mesi e anni. Sebbene la descrizione della struttura, secondo il sito ufficiale dello Yarl’s Wood, sia in stile hotel – racconta ancora Myriam Francois-Cerrah, due ex detenuti da lei intervistati, un uomo e la moglie incinta, parlano di esperienza “peggiore che nel terzo mondo”. La questione del trattamento delle donne in attesa era balzata agli onori delle cronache già nel 2011, quando uscì la notizia del collasso di una detenuta incinta per aver sopportato un viaggio di quattro giorni da Belfast a Yarl’s Wood via Scozia e Manchester. In un altro caso più recente un’altra detenuta ha avuto un aborto spontaneo dopo essere collassato all’interno della struttura. Una recente inchiesta di Channel 4 News ha raccontato gli abusi e le molestie alle donne all’interno del centro, insieme alle devastanti conseguenze sulle loro condizioni fisiche e mentali: molte di loro, infatti, erano tra l’altro già vittime di violenza sessuale, tratta e varie forme di violenza nei loro paesi di origine .

E torniamo in Afghanistan, dove la morte della 27enne Farkhunda per mano di una gang di animali che l’hanno pestata a morte e ne hanno poi bruciato il corpo accusandola di una falsità – aver dato fuoco a delle pagine del Corano – ha shoccato il Paese. Le immagini della sua brutale morte sono diventate virali e questa volta, sottolinea TOLO News, l’oltraggio ha portato gli afghani in piazza e per le strade. Facebook e gli altri social media. La scorsa settimana folle di persone in più aree del Paese hanno cantato per le strade per giorni, chiedendo giustizia per Farkhunda e la morte per i suoi assassini.

Passiamo alla Repubblica Democratica del Congo per raccontarvi la storia insieme al movimento One Billion Rising della Città della Gioia, una comunità per le donne vittime di violenza che si trova a Bukavu. Una realtà concepita e gestita da congolesi, nata nel giugno 2011 e che, per la “guarigione” delle donne attraverso un percorso che dal trauma passa per la terapia e l’investimento sulle competenze come elementi essenziali per andare avanti nella vita, nell’amore e nella comunità. La situazione in Congo, spiega il sito di One Billion Rising, è ancora “volatile”: acqua, elettricità, lavoro, cibo, assistenza sanitaria e strade rappresentano ancora un problema enorme e la violenza è una vera e propria epidemia. Nonostante le azioni della comunità internazionale, milioni di congolesi vivono in condizioni di povertà e violenza, mentre le multinazionali continuano a saccheggiare le loro risorse. In questi quattro anni lo staff della Città della Gioia ha fatto enormi progressi in termini di professionalità, dedicando le proprie competenze ed energie al percorso di trasformazione delle 88 giovani donne che si trovano qui.

A Baghdad, in Al-Mutanabbi Street, centro intellettuale della città nell’ottavo secolo e oggi via costellata da bancarelle-librerie, apre la prima gestita da una donna, la 22enne Ruqaya Fawziya. A raccontarlo è il sito illibraio.it. Al-Mutanabbi Street, è tristemente famosa per l’attentato del 2007, che ha coinvolto 27 persone, rimaste uccise. In seguito, è partito il progetto “Al Mutanabbi Street Starts Here”, su iniziativa di un libraio californiano che, per mostrare la propria solidarietà ai librai e ai lettori di Baghdad, ha raccolto “pubblicazioni” di 260 artisti da tutto il mondo, dando vita a una mostra itinerante. Come racconta Ruqaya la sua famiglia e le persone a cui raccontava l’idea di vendere libri per strada, hanno iniziato a sostenerla solo una volta intrapreso il progetto; quanto ai passanti e ai clienti, invece (come racconta jl sito bookpatrol.net, da cui sono tratte le immagini), la libraia racconta: “Non ho affrontato molestie di alcun genere dalle persone che visitano Al-Mutanabi Street; ma, a volte, la gente mi guarda con sorpresa, forse perché non ha familiarità con una donna che vende libri. Ma ci sono anche molte persone che, al contrario, mi incoraggiano”.

E anche per oggi è tutto. Appuntamento alla prossima settimana con #donnenelmondo su Radio Bullets.

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