Empowerment, la vera sfida della comunicazione sociale sulla violenza contro le donne

Fare comunicazione sociale non è semplice. Il settore è complesso, i messaggi da veicolare spesso delicati e controversi. Ma poiché quello della violenza contro le donne è un problema profondamente sociale e culturale, un fenomeno che viene da lontano e che si innesta (e si nasconde) in tutti i gangli del vivere civile, una problematica che merita di essere affrontata in senso ampio per avere finalmente effetti che richiedono sì tempo e lavoro ma che sarebbero realmente penetranti, ecco che la comunicazione appare cruciale.

Il corso di formazione BeFree 2014 – “La violenza di genere, i diritti umani delle donne, il traffico degli esseri umani a scopo di sfruttamento” – ha raccontato un approccio che non posso che trovare l’unico possibile: quello di spiegare, sensibilizzare e far vivere la violenza contro le donne come una questione che deve coinvolgere anche gli uomini. L’approccio iperfemminista per cui il mondo maschile è il nemico assoluto, da abbattere al massimo, non è, a mio avviso, né corretto né efficace. Parlare alle donne per le donne solo di donne, creando un fronte comune – anzi, un vero e proprio muro – contro tutto quello che è il maschile non solo è un errore che abbiamo già fatto. Ma permette di dare a quelle donne risposte di breve periodo, forse sfoghi, magari agghiaccianti verità. Non aiuterà quelle donne a vivere in un mondo migliore, né aiuterà i loro figli, maschi e femmine.

Altro deve essere, appunto, l’approccio. Un discorso che si collega alla ragione per cui le donne non sono e non vanno chiamate “vittime”, ma maltrattate. In questa storia sia le donne che gli uomini hanno una parte attiva. E’ a quella parte attiva che bisogna parlare. E’ alla reattività degli esseri umani che è necessario rivolgersi per cambiare finalmente le cose. Il processo sarà lungo, il momento è caotico: i ruoli sono in crisi, la tradizione in bilico, il mondo noto sta crollando letteralmente sotto i nostri piedi. Anzi: è già crollato.

La rivoluzione dei generi vive un momento di stallo, con il maschile in pieno terrore di comprensione e collocamento, il femminile in bilico tra paura, onnipotenza e remissività. La violenza, credo, nasce anche da questo quadro. Un uomo che non sa più chi è, dove va, che non è abituato, che nessuno ha formato da piccolo con i racconti e il vissuto di un mondo ormai diverso, è un uomo che perde il lume della ragione.

E che si rifugia nel non coraggio: qualunque forma questo possa assumere.

Nessuna giustificazione. Ma comprensione del fenomeno sì. Insieme alla formazione, è la comunicazione a poter dare una mano in questa che è una lenta, progressiva salita verso vette speriamo migliori.

Spesso mi trovo a dover spiegare a degli uomini – uomini anche di grande intelligenza e cultura (il che è un’aggravante) – cos’è la violenza di genere. Perché ha senso parlarne, perché ha senso non negarla. Ho trovato in questo senso di grande aiuto l’articolo uscito su Repubblica a firma di Adriano Sofri – citato anche durante il corso di BeFree – a maggio dello scorso anno: “La strage delle donne e i negazionisti di buona volontà”. Ecco: di “negazionisti di buona volontà” ce ne sono moltissimi in giro. Spesso popolano i cerchi più ristretti dei decisionisti. Anche a loro è necessario comunicare.

Analizzare le campagne di comunicazione sociale sulla violenza contro le donne durante il corso è stato illuminante. Gli esempi portati parlano chiaramente di una direzione e di molto, moltissimo lavoro da fare. Le campagne di Amnesty International con le spose tumefatte, assenti o addirittura diventate un bersaglio mobile fanno parte di un’iconografia che abbiamo imparato a conoscere e riconoscere molto bene.

E’ lo stile affatto sobrio – non che sia necessario essere sobri – cui siamo ormai abituati da alcuni anni e la cui presenza per le strade aumenta in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Volti tumefatti, occhi neri, lividi intorno al collo. Addirittura pezzi di carcasse animali o sacchi da box vestiti da donna per la campagna della Rhode Island Coalition against Domestic Violence, con copy poco riuscito: “Non è accettabile trattare una donna come uno”. Come un cosa? Come un sacco da box? Una carcassa animale dal macellaio? Una donna?

Spesso queste campagne e relativi copy sono opera dell’ingegno maschile. La donna è vittima, l’uomo non ha volto: come se azioni del genere potessero essere impersonali. Lontani dalle storie, dai volti, dall’unicità di ognuno. Come se bastasse un generico “no” a lavarsi la coscienza e risolvere il problema.

Lei ha la bocca cucita, lui un volto scuro, i lineamenti non riconoscibili, quando non proprio tagliato dalla scena.

Sono campagne che comunicano in maniera ormai vecchia. Campagne che non formano né probabilmente riescono davvero a smuovere le coscienze (i dati presentati al merito durante la lezione erano decisamente significativi: non si sollevano interrogativi in coloro che non sono già d’accordo con il fatto che la violenza di genere sia deprecabile).

Le critiche, nel tempo, non sono mancate: non si combatte la violenza con immagini di violenza. Non si avvia alcun empowerment femminile continuando a rappresentare la donna come devastata o nascosta in un angolo, strisciante per terra, con le braccia a coprire il viso. Certo: nessuno deve guardare dall’altra parte di fronte a immagini del genere. Ma per il cambiamento ci vuole qualcosa di più.

Quelle donne, queste donne, nella maggior parte dei casi hanno scelto gli uomini che agiscono violenza su di loro. Li hanno scelti, se ne sono innamorate, ci hanno costruito un progetto di vita, a volte lo hanno anche realizzato. Quelle donne non sono indifese principesse che sono state portate nel posto sbagliato. Quelle donne camminano, e dimenticarlo è il primo errore.

Queste donne siamo noi.

I nuovi trend raccontano oggi di una comunicazione sociale su questi temi che sta provando a puntare sulla personalizzazione della violenza. Su volti maschili “buoni”, testimonial impegnati e positivi, che ci mettono la faccia per dire no. La campagna NoiNo.org, di cui BeFree è silenziosa capofila (anche qui: bisognerebbe riuscire a comunicare di più il ruolo delle associazioni, e sensibilizzare le istituzioni) va in questo senso. La critica, anche in questo caso, c’è. Che il bel faccino di Daniele Silvestri dica no alla violenza sulle donne è quasi un ossimoro. Che lo faccia il buon Cesare Prandelli, uomo probo e che parla a tutti gli uomini in qualità di (ormai fu) CT della nazionale italiana, è bello e utile nel breve periodo.

Apprezzabile che la campagna sia stata una presenza sul territorio e che sia durata a lungo, senza limitarsi ad un bombardamento di pochi giorni in occasione di eventi importanti. Però è necessario fare di più. La comunicazione sociale dovrebbe passare forse dalla provocazione (come nel tristemente ironico doc di Dinamovie che si rifà a un ipotetico Carosello anni 50 e pubblicizza Linda, kit di ciprie, detergenti e trendy foulard per nascondere i segni della violenza del marito e farsi di nuovo amare da figli, amiche, marito stesso
).

E certo dall’empowerment. Dovrebbe utilizzare tutti gli strumenti di oggi, a cominciare dal digitale. Il settore sembra essere poco al passo coi tempi da questo punto di vista, almeno in Italia. Con la pazienza di sapere di avere davanti una sfida che sarà lunga. Pezzettino dopo pezzettino.

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