Rifiuti Lazio, “l’affaire Albano”

di Angela Gennaro

Emergenza rifiuti: oltre Malagrotta, Roma teme l’effetto Napoli. Un ciclo dei rifiuti non è mai stato avviato. E il Lazio è un focolare continuo di proteste che spesso restano relegate nelle pagine di cronaca dei quotidiani locali. No a discariche e inceneritori, sì alla differenziata e a un piano rifiuti funzionante e dalla parte dei cittadini e dell’ambiente. Le comunità coinvolte sono tutte d’accordo, spesso con l’appoggio esplicito e al di là dell’appartenenza di partito degli amministratori locali. E guai a chiamarlo fenomeno Nimby (Not in my backyard). L’obiettivo è quello di “una lotta ampia autorganizzata che parta dal basso e che riesca ad affrontare le tematiche del diritto all’abitare, le lotte sui luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università assieme alle lotte per la riappropriazione della sovranità delle popolazioni sui propri territori contro cementificazione e grandi opere che abbiamo visto dispiegarsi in tutta la loro forza in Val di Susa”. Contro gli “speculatori di tutte le risme che hanno tratto profitto dall’accumulo della mondezza e dal cemento, inquinando suolo, aria e falde acquifere”. Tante le forme di lotta, spiega Daniele Castri, referente legale del Coordinamento contro l’inceneritore e contro l’ampliamento della discarica di Albano Laziale. Volantinaggio, attacchinaggio, assemblee pubbliche e cortei. Fino alla vertenza legale, con molti ricorsi al Tar, al Consiglio di Stato e alla Corte dei Conti. Una lotta che al momento ha dato i suoi frutti, “fermando di fatto il piano di Manlio Cerroni – sempre lui, il proprietario di Malagrotta – di costruire un enorme inceneritore nella zona di Roncigliano. Secondo alcuni, se il Consiglio di Stato confermasse la bocciatura del Tar, l’inceneritore si farà a Pizzo del Prete a Fiumicino.Daniele Castri, cosa sta succedendo?
Siamo in attesa dell’udienza al Tar relativa all’ampliamento della discarica di Albano che serve 10 comuni dei Castelli Romani. Il “settimo invaso”, costruito a 179 metri dalle prime case: è la discarica che più vicina in tutta Italia alla prima casa civile abitata. Una distanza che viola disposizioni regionali e nazionali, certificata dall’ufficio urbanistico del comune di Albano. Si discute della sospensiva del settimo invaso: per noi questa discarica è illegale proprio perché così vicina alla prima casa abitata. L’invaso è dentro al villaggio Ardeatino, nel centro residenziale.
Come è possibile?
Non c’è pezza d’appoggio a livello di normativa regionale. Ma Cerroni è il monopolista dei rifiuti della regione Lazio e gode di una serie di “aiutini” notevoli a livello regionale. La normativa regionale, in particolare la delibera 112 del 2002, impone un distanza di 1000 metri dalla prima abitazione civile e un invaso di discarica. Questa delibera ha adottato l’ultimo piano regionale dei rifiuti della Regione Lazio, l’ultimo in vigore. Il dirigente che ha diretto la conferenza dei servizi sul settimo invaso – Luca Fegatelli, che dirigeva il dipartimento territorio area rifiuti della Regione Lazio – ha proposto che questa distanza venisse abbassata a 200 metri, proponendo che la modifica venisse sottoposta al voto o del consiglio regionale o della giunta. In realtà venne inserita nell’ordine del giorno, ma non venne mai votata né dal consiglio né dalla giunta. La faccenda è passata sotto silenzio, la conferenza dei servizi chiusa con questo, diciamo, “sotterfugio” e con l’impegno di mandare la modifica al consiglio e alla giunta. Noi sindachiamo sulla legittimità di questo dirigente che si è preso la responsabilità di abbassare da 1000 a 200 metri la distanza minima dalle case in gruppo. E riteniamo del tutto violata questa distanza, tanto che c’è una certificazione ufficiale del Comune di Albano.
E per quanto riguarda l’inceneritore?
Abbiamo già fatto vari ricorsi contro il progetto dell’inceneritore. E li abbiamo vinti. Ora l’azienda di Cerroni, Acea e Ama (ovvero chi ha portato avanti il progetto) hanno fatto ricorso contro la sentenza del 2010 del Tar. Siamo in attesa della parola “finale” del consiglio di Stato sull’inceneritore. La sentenza doveva arrivare entro questo mese ma è plausibile che incida anche la situazione particolare in cui si trova la Regione Lazio per il ciclo dei rifiuti. L’ultima parola sull’inceneritore di Albano arriverà probabilmente entro dicembre.
Il “gassificatore” di Albano, da progetto, verrebbe alimentato dal cdr, acronimo di Combustile derivato dai rifiuti.
Esatto. Il Cdr costituisce circa il 35% del monte totale dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU) prodotti in Italia ed è costituito per legge da carta, plastica, legno e derivati. Ma perché bruciare carta, plastica, legno e derivati, ovvero proprio “le materie nobili” per il riciclo a ciclo infinito? Materie che invece possono essere recuperate a impatto zero invece di essere bruciate e produrre effetti negativi a livello economico e sanitario. E poi c’è la questione del raffreddamento acqua: l’inceneritore avrebbe bisogno di circa 36mila litri di acqua all’ora, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. E i Castelli Romani sono dal 2005 in una crisi idrica senza precedenti storici. Siamo in deroga adesso con l’Unione europea fino al 31 dicembre 2012 sulla quantità di inquinanti presenti nell’acqua ad uso potabile. Figuriamoci quindi se abbiamo la disponibilità di acqua per raffreddare impianti industriali del tutto inutili perché gestirebbero solo una parte di rifiuti che possono essere riciclati.
Cos’altro contestate?
Il Tar tra le righe della sentenza ha scritto che non si capisce su quali presupposti giuridici il presidente Marrazzo abbia fatto il decreto di pubblica utilità che localizzava senza gara d’appalto quindi con assegnazione diretta a Cerroni l’impianto. Senza gara d’appalto gli è stato assegnato questo mezzo miliardo di euro per la costruzione dell’impianto. Un’assegnazione diretta. Marrazzo ha commissariato la parte iniziale della procedura amministrativa e ha assegnato questi soldi e il progetto, dando l’ordine al Consorzio che fa capo a Cerroni fa parte di costruire quest’impianto con i soldi pubblici.
E la Polverini che ha fatto?
Si è ritrovata con la sconfitta al Tar, visto che abbiamo vinto tutti e tre i ricorsi. Ma insieme all’azienda di Cerroni ha fatto ricorso al Consiglio di Stato.
Cosa chiedete?
Siamo convinti che il modello di gestione del ciclo dei rifiuti che passa ancora per discariche e inceneritori sia obsoleto. Pericoloso per la salute e per l’ambiente, dai danni inquinanti incontrollabili e innumerevoli. Chiediamo differenziata porta a porta e riduzione, riuso e riciclo. L’alternativa non deve passare ancora per ricariche e inceneritori. Chiediamo isole di compostaggio, che non esistono. O meglio, ne esiste solo una, e questo è improponibile. Stiamo cercando di lottare, insieme a rappresentanze da tutta la Regione. Ma senza sponde istituzionali è veramente difficile. Con la raccolta differenziata la parte “difficile” da trattare scende al 7-8%. Ci chiediamo perché sovvenzionare con soldi pubblici opere dannose per la salute e l’ambiente quando un altro modello esiste in un’infinità di posti del mondo.
E se il Consiglio di Stato dovesse ribaltare la sentenza del Tar e dare il via libera all’inceneritore?
Speriamo di no. Se ciò dovesse accadere, faremo ricorso alla Corte europea. Ma siamo fiduciosi perché le motivazioni nella sentenza del Tar sono inequivocabili. Si parla, per l’impianto ad Albano, di una localizzazione folle: a cominciare dall’acqua per proseguire con tutta una serie di problematiche indicibili. Albano, dopo la Valle del Sacco, è la zona dove c’è il più alto tasso di incidenza tumorale, di mortalità e di ricovero della Regione Lazio. Siamo al secondo posto. E ci sono problematiche igienico-sanitarie sollevate dalla Asl con quattro pareri di totale contrarietà a questa localizzazione.

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