Indignati, anche il capo della polizia critica il Palazzo

da Il Riformista del 14 ottobre 2011

PROTESTE. Manganelli: «Forze dell’ordine chiamate a compiti di supplenza della politica. Che affronta male questioni sociali complesse». Prese di mira le sedi di Bankitalia in varie città.

di Angela Gennaro

Una mobilitazione globale per rivendicare «diritti e politiche sociali a sostegno dei giovani, dell’occupazione, del welfare». Al grido di «Popolo del mondo, in piazza il 15 ottobre per il cambiamento globale», sabato si terranno manifestazioni in 791 città di 71 paesi del globo. Protesta per strada ma anche sulle autostrade della Rete, dove andrà in scena una grande assemblea globale virtuale. E lunga è la vigilia della Grande Mobilitazione. Mercoledì il via, con la protesta davanti a Bankitalia a Roma diventata presidio permanente: 40 ragazzi rimasti a dormire a pochi passi da Palazzo Koch, sulla scalinata del Palazzo delle Esposizioni, al grido di «Yes We Camp».

La parola d’ordine su Twitter è #occupiamobankitalia, nostrana elaborazione di #occupywallstreet. Stanotte, secondo gli organizzatori, partiranno centinaia di bus da 70 città. Destinazione: Roma. Qui, nel pomeriggio, un grande corteo partirà da Piazza delle Repubblica e arriverà a piazza San Giovanni, teatro di molti speakers corner per i manifestanti. Per l’evento, la Federazione della sinistra ha chiesto la copertura live a Mamma Rai e a tutte le tv.

«La sinistra politica farebbe bene a riflettere su quanto sta accadendo attorno ai cosiddetti “indignati”», tuona Daniele Capezzone. Perché a Roma la tensione «è altissima», e, secondo il portavoce Pdl, «è chiaro a tutti che vi sono soggetti e nuclei irresponsabili che
soffiano sul fuoco e cercano un incidente». Timore confermato dall’intelligence, che parla della possibilità che gruppi isolati si distacchino da un corteo fatto di centinaia di sigle e senza la presenza ufficiale di partiti e leader politici, per prendere di mira i «nuovi nemici», le banche. Una variabile, secondo gli 007, sederebbe gli animi: l’improbabile caduta oggi del governo
Berlusconi. Il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, assicura che non c’è al momento «alcuna

preoccupazione» ma certo l’attenzione è «massima». E chiosa: «Ancora oggi io non ho sentito alcuna proposta, sento solo proteste». «Siamo solo dei “pericolosi” pacifisti», dicono i “draghi ribelli” accampati a via Nazionale. Anche Antonio Manganelli scatta una fotografia di queste ore di attesa. «Noi siamo in piazza non per contrastare i manifestanti ma per assicurare loro la libertà di espressione garantita dalla Costituzione», spiega il capo della Polizia. Saranno «giornate calde», e le forze di polizia si ritrovano spesso ad essere chiamate a «compiti di supplenza della politica». Quella politica, dice Manganelli, che «manca di affrontare, che affronta male, questioni sociali complesse».

Quella stessa politica che non è più, o non è solo, il bersaglio principale degli indignati di tutto il mondo. Ce l’hanno piuttosto con le banche, e con quell’1% del mondo che secondo loro vive a discapito del restante 99%. Ce l’hanno anche con Tremonti, certo. Invocano il diritto all’insolvenza, gli indignati. E il default programmato. Lo fanno a Roma, portati via nella notte dalle forze dell’ordine ma poi ancora lì con le loro tende. Lo fanno con un corteo nel pomeriggio che manda di nuovo in tilt il traffico di via Nazionale e arriva fino al ministero dell’Economia. Lo fanno occupando, ieri mattina, l’ostello della gioventù, chiuso da mesi. Qui vogliono accogliere chi vorrà «condividere con noi la strada» verso l’appuntamento di domani. Lo faranno occupando stanotte alcune facoltà della Sapienza.

Sono a Roma ma anche a Napoli, con un presidio permanente davanti alla sede partenopea di Bankitalia e uno striscione – «Il 15 ottobre tutti/e a Roma» – calato dal Maschio Angioino. Sono a Venezia, a Rialto, di fronte – sempre – alla sede della Banca d’Italia. Anche qui, dopo alcuni momenti di tensione e l’isolamento, da parte delle forze dell’ordine, della filiale della banca, uno striscione colora il ponte di Rialto: «Il debito lo paghino le banche». Sono a Madrid, a Tel Aviv, a Londra, a New York.
L’appuntamento – globale – è a domani.

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